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31/01/2008

Ceppaloni non è Sant'Elena

Come farà Sandra Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania, a presenziare e dirigere le riunioni dello stesso? Perché (questo abbiamo capito) la signora non è stata rimessa dal suo incarico. Ma è nell’impossibilità di svolgerlo normalmente: non può allontanarsi dal paesino del beneventano nel quale la famiglia più chiacchierata del momento, vive e prospera da sempre. Il Tribunale del Riesame ha comminato alla signora Lonardo (in Mastella) l’obbligo di dimora.

Non i “domiciliari”. Cioè la signora non deve restar chiusa nella villa familiare più discussa del momento (quella con la piscina a forma di cozza). Ma non può lasciare Ceppaloni, il paesino di poche centinaia di anime più citate di quest’epoca così travagliata. E questo è quello che più ha spaventato l’opinione pubblica ed ha procurato alla protagonista un’ondata di solidale compianto. Non potersi muore da Ceppaloni sembra ai molti che non conoscono il posto (a confronto del quale dicono che Benevento sembri Las Vegas) una condanna eccessiva, incomprensibilmente crudele. Bisogna riflettere: quello che a noi che non conosciamo il posto sembra terribile (“Dio mio: a Ceppaloni no!!!”) non è così terribile per la signora Sandra che lì è nata e lì vive da sempre in un’ovattata atmosfera di calore e simpatia. Ceppaloni non è S. Elena. Niente di napoleonico in questa vicenda un po’ goffa e imbarazzante. Che certamente finirà presto.

30/01/2008

Strage di Erba, amaro successo di pubblico per il processo

La realtà supera la fantasia. S’è sempre detto, è una battuta alla quale s’è dato e si dà credito: certe realtà nessuno, per quanto fantasioso o perverso, riesce a superarle nell’immaginazione. Processo per la strage di Erba: gli appunti di Olindo (chi inventerebbe un nome così poco adatto per un protagonista di un fatto criminale?) vergati su una Bibbia. Mostruosità anche negli accostamenti.

La gente inorridisce? Può darsi. Ma vuole farlo, lo desidera: prenota il posto in aula. Vuole vedere e sentire bene, procurarsi brividi di disgusto nelle prime file e con buon audio. Il risvolto catodico è importante: è la certificazione che si dà a un fatto trasformandolo in “evento”.
Il passaggio su You-tube, il numero di contatti della trascrizione mediatica, garantiscono il successo di pubblico. Che oggi conta più del successo critico. Anzi, è inversamente proporzionale: più disgusto vuol dire più riscontro. Il pubblico ama lo scabroso, il pecoreccio. Qualche settimana fa un politico ha minacciato, con un sorriso abbastanza laido, di dare alla stampa l’elenco delle amanti dei politici stessi. Poi non se n’è fatto niente: l’elenco risultava già conosciuto dall’audience. Veniva a mancare il fattore sorpresa. Le solite vaccate. Uffa!

29/01/2008

Governo, si volta pagina

Seicentodiciassette giorni di governo (ma sì, parliamone ancora un attimo prima di far calare il silenzio sull’avventura appena conclusa): un anno e mezzo. Troppo. Troppo poco: sono le due opinioni ovviamente antitetiche di chi ha partecipato magari solo emotivamente al tentativo politico appena concluso.

Adesso, comunque la si pensi, la pagina è voltata. Si cambieranno concetti, intenzioni, commenti, decisioni. Forse non si parlerà più istericamente dei “senatori a vita” e della loro funzione salvifica da molti contestata. Né della pletora di sottosegretari e viceministri così numerosi e dispendiosi in un periodo di vacche magre. Si cambierà sfondo. Si allenterà l’attenzione su Bologna, vicecapitale fino a ieri: meta inseguita in maniera quasi monomaniacale. Non si concludeva un discorso a palazzo Chigi, che già il capo del governo era sull’A1 a tavoletta verso la sua città, lontano dalla quale Prodi sembrava soffrire. Qualsiasi evento internazionale veniva per lo più commentato sotto i portici felsinei e durante sgambate verso S. Luca (a piedi o in bici).

Ci si avvia verso un probabile cambio di scenografia: l’Emilia verrà sostituita dalla Brianza? Perché, sembra un destino, i capi di governo italiani sognano più o meno tutti di andare da un’altra parte appena possibile. Lasciare la capitale, tornare alle origini. Trasferire un po’ di potere dai colli fatali ai dintorni della casa avita. “O mia patria sì bella e perduta”. No, per carità.

28/01/2008

Lo spettacolo di Palazzo Madama

In quella gran confusione di giovedì scorso quando il governo Prodi ha consumato l'ultima scena davanti a un pubblico diciamo poco scelto e scarsamente interessante a figurare almeno educato, di "Gaffes" a palazzo Madama se ne sono presentate tante. Dice "gaffes" per alleggerire un giudizio altrimenti doverosamente duro. Non discute i fatti: ognuno ha diritto di pensarla come preferisce, ognuno può scegliere la caduta e il supporto come finale dell'avventura di Romano Prodi.

Ma dal punto di vista formale (che non vuol dire solo esteriore, va da sé) abbiamo assistito ad uno spettacolo degradato e degradante. Volgarità, eccessi, violenze. Sputi, insulti, spintoni, svenimenti: quelli inquadrati da telecamere impietose sarebbero stati i padri coscritti, i rappresentanti della camera alta dove si immagina alberghi se non altro la pacatezza? Neanche per sogno. Pagliacci e sicari, ezibizionisti e cafoni. Perla sul letame, la citazione poetica di Clemente Mastella, uscito illeso dalla cultura classica moderna. Ho citato dei versi attribuendoli a Pablo Neruda. S'è voluto disturbare, hanno pensato in tanti. Ma i versi non erano del Nobel cileno. "Lentamente muore chi non cambia...", l'ha scritto, ci dicono, Martha Medeiros. Vocazione all'errore, alla cialtroneria, all'imprecisione. Fino all'ultimo. Non fare citazioni più lunghe della propria effettiva informazione. Non citare (a vanvera) poeti lontani e difficili. Rimanere nelle proprie incompetenze. Citare al massimo "Tuppe tuppe marescià". O "Caruso stu Caruso, mett'a capa int'o pertuso, ca mò vene 'o scarrafone che te rosica 'o mellone". Cita come magni, vah!

25/01/2008

Incontri ravvicinati del terzo tipo

C’è vita su Marte?” “Mah: poca roba. Qualcosina, il sabato sera.”
E’ una vecchia battuta ispirata dalla domanda che ricorre da anni non solo fra gli appassionati di fantascienza. Gli ufologi continuano ad alimentare le speranze di quanti sentono il bisogno di pensare di non essere soli nello spazio.

Non sono pochi quelli che sostengono di aver visto oggetti inidentificabili volare, fermarsi, ripartire. Qualcuno è andato più in là ed ha sostenuto (senza sottoporsi ad alcun esame sul tasso alcolico) di aver incontrato addirittura esseri alieni spericolandosi in descrizioni che convergono su un fatto certo: i marziani (?) sono fisicamente poco affascinanti, più misteriosi che seducenti: occhi messi un po’ qui un po’ lì a casaccio, misure antroponometriche (ma si possono applicare agli extraterrestri?) scomposte.

C’è persino chi ha sostenuto d’essere stato rapito dai marziani, ospitato su una navicella e portato sul pianeta rosso non si riesce a capire bene perché. Circolano da tempo foto imprecise che non riescono a suffragare la verità di questi incontri ravvicinati. Ma c’è indubbiamente il desiderio di molti umani di avere conferme sulla presenza di altri, magari migliori di noi, più avanzati scientificamente (perché non moralmente?) e ben disposti nei nostri confronti. Questo sogno innocuo e forse ingenuo ha bisogno di rilanci. E ogni tanto compaiono foto più o meno precarie, avvistamenti, testimonianze.

In questi giorni i giornali pubblicano una foto: una statua? Un essere semisdraiato sulle sabbie rossastre. Sembra avere un braccio alzato come per chiamare qualcuno. Forse è di sesso femminile: sembra coperto da una specie di tunica. La foto, presa dalla Nasa, non spiega, non dice. I romantici pensano sia una scultura, un equivalente della sirenetta di Copenhagen. I meno sentimentali immaginano sia la foto d’una marziana che aspetta. E’ rivolta verso l’obiettivo. Col braccio alzato (?) cerca di attirare l’attenzione. Forse chiede qualcosa. Che cosa? Un chiarimento filosofico? Un quesito esistenziale? Oppure qualcosa di meno impegnativo. Tipo: “Scusi ... Il 28 barrato ferma qui?

24/01/2008

Quando la legge non si applica per cavilli...

Dura lex, sed lex, frase lapidaria citata spesso a giustificazione della severità delle regole d’una società civile e progredita. La legge, pur se dura, va rispettata. Questo avviene attraverso organi predisposti all’ordine. Grazie a questi la vita scorre (dovrebbe scorrere) sui binari della normalità. Ma...

Ma spesso gli organi che amministrano la giustizia si inceppano, si bloccano per delle formalità che annullano la loro attività: la legge non si applica per dei cavilli, degli inghippi, dei codicilli capziosi interpretati a favore dei colpevoli (o dei ritenuti tali in base a prove però).

Agenzia bancaria all’Eur: sette ceffi, pregiudicati per rapina, entrano nel locale. Le intenzioni sono (a detta dei testimoni) inequivocabili. La conferma viene dalla perquisizione: tre dei ceffi sono armati di pistole. Arrestati tutti (sono sette: alcuni con un curriculum criminale assai ricco). Ma quattro vengono rilasciati: non c’erano, ha detto il Gip, le prove che quei tipi volessero effettivamente compiere una rapina. In banca armati si va così, per caso, sovra pensiero, per distrazione (secondo il Gip). Tre fermati per possesso d’arma. Agli altri, se non le scuse, quasi.

Noi incensurati rimaniamo perplessi. Confusi: magari possono accusarci di giustizialismo forcaiolo. Un altro episodio: una donna viene aggredita. Il violento viene fermato. Confessa le sue intenzioni. Ma il giorno dopo lo rilasciano: il fermo non viene convalidato. La confessione del malvivente non è stata resa in presenza di un avvocato. Quindi ... Dura lex. Mica tanto.

23/01/2008

Primarie Usa, Bill Clinton cerca la rissa

Per paura di doverci occupare di elezioni anche qui da noi (c’è il rischio di andare alle urne in primavera, come sapete) cerchiamo di distrarci seguendo le primarie USA che per noi, così lontani, sono soprattutto spettacolo. Pur avendo toni vivaci, la campagna per la scelta dei candidati alla presidenza americana, rimane nei termini della correttezza.

Mc Cain, il repubblicano settantenne reduce dal Vietnam, è forse il più vispo. Poi ci sono – da quella parte – il mormone, l’ex sindaco e pochi altri di rilievo. Fra i democratici la lotta è, come previsto, fra Obama e Hillary. Tutta ancora da giocare. Certo l’atmosfera si sta scaldando. Qualche parola in più, qualche critica forse eccessiva. E soprattutto l’agitazione di Clinton, supporter della moglie che s’è rivelato un combattente ricco di temperamento, un po’ sopra le righe. Attacca Obama scaldandosi. Diventa rosso, urla addirittura. Il senatore Ted Kennedy l’ha invitato a darsi una regolata: per il buon nome dei democratici.

Ma Bill non sente ragioni: accusa Obama di aver mentito sulla guerra in Iraq. Non era vero, ha detto Clinton, che Barack fosse contrario. Lo dice adesso per scopi elettorali. E nello Iowa, ha dichiarato l’ex presidente, Obama s’è portato dei pullman di studenti fatti venire dall’Illinois (stato d’origine del candidato) per sostenerlo. Cerca la rissa, Bill. E negli USA pensano che, se non riesce a controllarsi durante la campagna elettorale, chi può garantire che si placherà una volta tornato alla Casa Bianca (seppure come consorte)?

22/01/2008

L'indignazione di Totò Cuffaro

Totò Cuffaro presidente della regione Sicilia (detto “vasa-vasa” per la sua abitudine di baciare i supporters politici quando li incontra) ha reagito indignato. E qui siamo già nel cuore d’una notizia: Cuffaro, condannato a cinque anni per favoreggiamento nei confronti di personaggi coinvolti in inchieste di mafia, si indigna: urca! Vediamo perché.

Dopo la sentenza di condanna, Vasa-Vasa, non potendo schioccare sulle guance dei giudici i suoi baci riconoscenti, ha ringraziato i magistrati. Perché lo hanno condannato non per aver aiutato la Mafia intesa come organizzazione, ma “solo” singoli mafiosi. Favoreggiamento ad personam.
Che a Cuffaro sembra niente, una specie di simpatico scherzo, un momento di disinvolta socievolezza. E poi, ha spiegato, non è vero che ho festeggiato il risultato giudiziario con cannoli e champagne. “Ho offerto un caffè ai giornalisti!”.
E ha aggiunto con voce tremante di sdegno: “E’ una vergogna strumentalizzare il fatto che abbia sollevato un vassoio con dei cannoli al solo scopo di toglierlo dal tavolo dove ci stavamo sedendo per fare la conferenza stampa”. Spostatore, non consumatore di cannoli. Per chi l’avete preso?

21/01/2008

Palline colorate in piazza di Spagna: fesseria o gesto futuristico?

Ormai ci stiamo abituando a tutto. Non c’è stranezza né paradosso che non vengano in qualche modo giustificati. I media alternano notizie sconcertanti ad altre che potrebbero (anzi, dovrebbero, a essere seri) indignare. E invece si fonde in un’unica pappa: e si salva. O con operazioni di recupero nostalgico o, peggio, con coperture intellettuali.

Dalla scalinata di Trinità dei Monti vengono riversate verso la fontana di piazza di Spagna cinquecentomila palline colorate di plastica. Sono state portate da due camion. L’iniziativa s’è giovata di una organizzazione, ha avuto un costo di gestione. Venticinquemila euro. Cosa si può fare con 25 mila euro lo lasciamo alla vostra riflessione. Tante iniziative. L’ultima delle quali, sul piano dei valori, è quella di comprare mezzo milione di pallette colorate da mollare per le scale fa gli oooh di meraviglia dei più sprovveduti degli astanti. Come sempre s’è verificata una diversità di pareri: alcuni hanno commentato sfavorevolmente quella che è sembrata un’inutile stupidaggine.

Altri hanno cercato di salvare quell’idea attribuendole una parentela culturale: un gesto futuristico. I futuristi, intellettuali irrequieti originali ad ogni costo, incuriosirono il pubblico del primo 900 con provocazioni spesso indecifrabili. Il futurismo fu di moda, divenne un autorevole movimento con agganci politici. Obbligato per sopravvivere a se stesso a continue eccentricità, non si fermò neanche di fronte all’eccesso ingiustificabile. I futuristi si dichiararono belliciati a oltranza arrivando a coniare lo slogan “guerra, unica igiene del mondo”. Dalle provocazioni innocue (simili nello spirito a quella delle pallette colorate di piazza di Spagna) passarono ad esagerazioni pericolose. Andiamoci cauti nel giudicare e nell’etichettare. Preferiamo pensare alle palline rotolanti come a una fesseria suggerita dalla noia più che dalla cultura. Con 25mila euro avrei pensato di fare altro. E voi?

16/01/2008

I sessantottini 40 anni dopo

Preparatevi amici alle prossime commemorazioni, al diluvio di ricordi che dilagherà sui media nei prossimi mesi. Già avete subìto le rimembranze dei Beatles (che ancora durano). Legate a quelle dei Rolling Stones, le pietre rotolanti che proprio per questo si presentano oggi così sgualcite e ciancicate. Rotolare scompiglia. E non dimentichiamo le tornanti memorie su Marilyn Monroe che oggi sarebbe sull’ottantina (non ci posso pensare). E attenti: è il momento. Inizia la retrospettiva del ’68 nel quarantennale di quel periodo del quale tanto si è parlato e tanto (purtroppo) si parlerà.

Il ’68 quarant’anni dopo: cos’è rimasto. Cosa s’è realizzato. Dove sono finiti i protagonisti di quella “prova generale” che non ha visto debutto, nonostante lo slogan che parlava proprio di quello. Si vedranno, possiamo immaginarlo, i superstiti. Invecchiati (40 anni non sono pochi), chissà quanto cambiati dentro, oggi che sono tutti diventati “qualcuno”: direttori, manager, capi. Molti, com’è fatale, hanno cambiato le idee. Come vuole una certa tradizione, da incendiari sono diventati pompieri. Dico la verità: posso immaginare come saranno (molti li ho conosciuti). Ho paura che sentendoli parlare oggi, resterò deluso. Un po’ come scoprire Garibaldi che, in maturità, ha aperto un agriturismo. Dovendo, meglio occuparsi della commemorazione dei Puffi. Anche loro compiono 50 anni. Ma con coerenza. Non hanno cambiato atteggiamento nei confronti di Gargamella. E sono sempre blu.

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